Frantoio Ghiglione
storia dell'olio d'oiva
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foto pianta olivo
  Storia dell'olivo
Le prime testimonianze di addomesticamento dell'olivo risalgono a 6000 anni fa, precisamente nell'area siro-palestinese; la coltivazione si estese poi in tutto il Mediterraneo, favorita dalle condizioni climatiche ottimali.

L'olivo, il cui nome botanico è "Olea Europea Sativa" appartenente alla famiglia delle oleacee, trova nel territorio costiero italiano un ottimo ambiente in cui temperatura, umidità e tipologia del suolo garantiscono la produzione di un olio che è giustamente considerato uno dei migliori al mondo. Esistono più di 700 tipi locali di olivo, chiamati "cultivar", che si differenziano per le caratteristiche ottimali di adattamento al particolare tipo di terreno; in Liguria, ed in special modo nel Ponente, è diffusa la varietà "Taggiasca" introdotta probabilmente per opera dei Benedettini a partire dal Basso Medioevo.

Dolcedo divenne un importante centro di coltivazione e lavorazione dell'olivo, qui sorsero i primi frantoi ed ancora oggi le piante d'olivo coprono il 31% del territorio comunale (615 ettari), posizionando il paese ai primi posti a livello provinciale.
La raccolta delle olive è sempre stata un momento importante non solo economicamente, ma anche a livello sociale; fino a trent'anni fa essa avveniva tramite la bacchiatura delle fronde con una pertica per far cadere i frutti a terra e la successiva raccolta a mano, ciò richiedeva una vasta manodopera che la popolazione locale da sola non poteva sostenere. Divenne così occasione di lavoro per sciami di ragazze che provenivano dal Piemonte e dall'Emilia le quali impiegavano il periodo invernale, inoperoso nelle loro terre, per la raccolta delle olive. La popolazione aumentava anche di 1000 unità e, come è facile intuire, in più di un caso la gioventù maschile non si lasciò sfuggire una simile occasione per "approfondire" le conoscenze, col risultato che furono celebrati numerosi matrimoni tra i locali e le ragazze.

Oggi l'olivicoltura, pur sempre importante, ha perso la prevalenza che aveva nel passato e spesso viene condotta come seconda attività dai Dolcedesi per non abbandonare le campagne e godere ancora di un buon olio fatto in casa.
 

(Notizie tratte dalle pubblicazioni dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio)